Beatrice Valline coordinatrice e segretaria generale
Una ricerca di Fondazione su bisogni sociali e risposte del volontariato nelle valli del Trentino.
La solitudine, abbiamo più volte ricordato quest’anno in questo spazio di approfondimento, è diventata, secondo l’OMS, una vera emergenza sociale globale.
All’interno della Strategia 2024–2027– centrata su ascolto, incisività e sostenibilità – Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale ha scelto di affrontare questo tema non in astratto, ma attraverso l’analisi dei contesti reali.
Per questo abbiamo letto, uno per uno, i Piani sociali di Comunità della Provincia autonoma di Trento. Sono documenti che raccontano bisogni, criticità e azioni di ciascuna delle 15 comunità di valle (oltre a Trento) di cui è composto il nostro territorio: una lente preziosa per capire dove e come si generano le solitudini e quale ruolo può giocare il volontariato sociale come infrastruttura relazionale.
Il risultato è un report, che si può scaricare qui (Le-cinque-solitudini_report-finale-1.pdf), presentato al Servizio Politiche Sociali della Provincia Autonoma di Trento e ai referenti delle Comunità di valle, il 24 novembre 2025 (Le_cinque_solitudini_presentazione241125.pdf). Esso fornisce un quadro chiaro e, allo stesso tempo, un invito all’azione: le solitudini non sono solo una condizione individuale, ma un fenomeno sociale che richiede risposte collaborative.

Le cinque solitudini: una mappa delle fragilità che attraversano i territori

L’analisi dei Piani Sociali l’idea che non esiste “la” solitudine, ma un insieme di condizioni che si intrecciano e si alimentano. Sono cinque e ricorrono, in modi e intensità diverse, in tutti i territori.
- La Solitudine relazionale: è la forma più immediata: anziani in casa da soli, famiglie senza reti sociali, giovani senza luoghi di incontro.
- La Solitudine funzionale: riguarda la possibilità di condurre una vita autonoma e comprende tutte quelle difficoltà collegate a mobilità, accesso ai servizi, abitare dignitoso.
- La Solitudine strutturale: deriva da precarietà economica, lavoro discontinuo, povertà abitativa: impedisce non solo di “fare”, ma anche di sentirsi parte.
- La Solitudine comunitaria: è la solitudine dei territori, una partecipazione alla vita comunitaria che si assottiglia, con associazioni sotto pressione e capitale sociale in calo.
- La Solitudine esistenziale e identitaria: giovani e persone migranti sono i più esposti: riguarda la sensazione di spaesamento nei passaggi di vita e le difficoltà a trovare significato nel proprio vivere quotidiano.
Chi è più esposto?
L’analisi dei Piani Sociali individua alcuni gruppi particolarmente vulnerabili:
- giovani, soprattutto nei passaggi scuola–lavoro;
- anziani soli o con rete familiare debole;
- famiglie con carichi di cura elevati;
- lavoratori con fragilità, persone migranti, persone con disabilità;
- intere piccole comunità, dove i legami si assottigliano e la partecipazione arretra.
La solitudine nelle valli
L’analisi dei Piani Sociali di Comunità mostra come ogni valle trentina declini la solitudine in modo diverso, secondo caratteristiche territoriali, demografiche ed economiche che influenzano profondamente le forme del vivere quotidiano.
Nei territori montani e periferici prevalgono soprattutto le solitudini relazionali e funzionali. Le distanze, la dispersione abitativa e la presenza di servizi limitati rendono più difficile mantenere relazioni significative e svolgere con autonomia le attività quotidiane, con un impatto evidente su anziani, famiglie e persone fragili.

Nei territori turistici emergono invece forme di solitudine a carattere più strutturale. La forte stagionalità del lavoro, la mobilità della popolazione e la variabilità dei flussi influiscono sulla stabilità delle reti sociali. I periodi di grande affluenza possono portare vivacità e movimento, ma non sempre generano legami duraturi e addirittura tendono a rallentare la partecipazione dei residenti ad attività sociali.

Nelle aree urbane si osserva una crescita delle solitudini esistenziali e identitarie, particolarmente tra giovani e adulti soli. Qui pesano fattori come l'anonimato dei contesti abitativi, il ritmo di vita individualizzato e l’assenza di luoghi di riferimento stabili. La disponibilità di servizi è ampia, ma non sempre è sufficiente a compensare la frammentazione delle reti e la sensazione di mancanza di appartenenza.

Le azioni rilevanti emerse dai Piani Sociali
A fronte di queste solitudini, le Comunità di valle si sono attivate con tanti progetti e azioni, specifiche o di sistema, che sono state raccolte in tre principali filoni di intervento:
Il rafforzamento della comunità e delle relazioni.
Vi rientrano laboratori territoriali, feste di comunità, iniziative di prossimità, attività intergenerazionali, gruppi di cammino e spazi di incontro informale. Sono interventi che puntano a ricostruire legami e a generare occasioni di socialità diffuse e accessibili.

I percorsi educativi, generazionali e di sostegno alle famiglie.
Comprende i Piani Giovani, gli spazi di aggregazione, l’educativa territoriale, le attività nelle scuole e il sostegno alla genitorialità. Queste azioni rafforzano le reti relazionali di giovani e famiglie, lavorando sulla prevenzione della solitudine e sulla creazione di contesti educativi inclusivi.

I percorsi di autonomia e all’abitare collaborativo.
Qui trovano spazio sia gli interventi rivolti agli anziani — Spazi Argento, punti di ascolto, servizi domiciliari, progetti di mobilità e trasporto sociale — sia le numerose iniziative che riguardano direttamente l’abitare: cohousing, abitare collaborativo, accompagnamenti verso l’autonomia abitativa e relazionale.

Buone pratiche: cosa funziona davvero, dentro e fuori il territorio
Dopo aver analizzato i Piani sociali, la ricerca ha messo a fuoco le buone pratiche sulle solitudini a forte adattabilità ai contesti delle comunità di valle, attraverso l’analisi sia di esperienze trentine, sia di modelli internazionali ad alto impatto. Sono una bussola strategica per immaginare sviluppi futuri.
Nel panorama trentino emergono due buone pratiche che mostrano con chiarezza come i territori stiano già sperimentando approcci efficaci per contrastare diverse forme di solitudine. Sono esperienze nate dalla collaborazione tra servizi sociali, scuole, famiglie e volontariato, capaci di trasformare le comunità in ambienti più coesi e accoglienti.
- PROGETTO FUORICENTRO – I PATTI EDUCATIVI TERRITORIALI: si tratta di un percorso innovativo che punta a rafforzare la comunità educante, ossia famiglie, scuole, servizi sociali, volontariato, creando spazi e opportunità in cui i ragazzi possano trovare ascolto, relazioni e occasioni di protagonismo. L'obiettivo non è solo prevenire forme di isolamento, ma costruire territori in cui il benessere giovanile sia una responsabilità condivisa.
- PROGETTO C.O.P.E. + LE PRESCRIZIONI SOCIALI: si tratta della messa a sistema di un modello in cui il benessere della persona non è affidato solo ai percorsi sanitari tradizionali, ossia tramite prescrizioni mediche, ma viene integrato con attività comunitarie, culturali o di volontariato.
Volgendo lo sguardo oltre i confini provinciali, è evidente che il tema della solitudine sia ormai riconosciuto a livello internazionale come una sfida sociale e sanitaria di grande rilevanza. Alcuni Paesi hanno sviluppato strategie organiche che possono fungere da riferimento anche per il contesto trentino.
In diverse realtà europee è stata introdotta una Strategia nazionale contro la solitudine, che considera l’isolamento non solo un disagio individuale ma una questione di salute pubblica. La definizione di piani pluriennali, sostenuti da investimenti mirati e campagne di sensibilizzazione, ha permesso di portare il tema al centro dell’agenda pubblica, promuovendo una risposta coordinata e sistemica.
Al contempo, i coordinamenti interministeriali, che uniscono politiche sanitarie, sociali, educative e del lavoro, è risultata particolarmente efficace perché la solitudine è un fenomeno trasversale e multidimensionale: nessun ambito, preso da solo, può affrontarla in modo esaustivo.
Infine, molte esperienze internazionali insistono sulla creazione di occasioni informali di incontro come leva strategica. Club sociali, caffè comunitari, iniziative di quartiere e spazi pubblici animati da volontari o facilitatori sono strumenti semplici ma a forte impatto sociale, capaci di ridurre barriere psicologiche e creare contesti accoglienti.
Queste buone pratiche mostrano che le risposte più efficaci combinano politiche strutturali e azioni di prossimità: da un lato un quadro istituzionale forte e coordinato, dall'altro una rete di opportunità quotidiane che permetta alle persone di ritrovare contatti, relazioni e senso di comunità.
Il ruolo del volontariato: un’infrastruttura sociale da rafforzare
Da tutti i Piani emerge uno stesso messaggio: il volontariato è una parte essenziale della risposta alle solitudini. Non solo perché offre servizi, ma perché crea contatto umano, ascolto, accoglienza insostituibili.
Anche il volontariato ha dei bisogni: da un lato portare nuove energie, con un ricambio generazionale e strumenti più semplici per partecipare; dall’altro riuscire a coordinare meglio le reti, perché l’impatto sociale cresce al crescere dell’efficienza organizzativa.

Cinque proposte per il futuro
Dall’analisi dei dati e dall’osservazione delle buone pratiche locali e internazionali emergono cinque direzioni strategiche che possono guidare sia lo sviluppo di interventi più efficaci, da parte di Fondazione, contro le diverse forme di solitudine; sia l’elaborazione, da parte dei decisori pubblici, di politiche che considerino la solitudine come tema trasversale.
- La prima proposta riguarda la creazione di un Hub partecipativo dedicato alle solitudini, uno spazio in cui mettere in rete enti del territorio e organizzazioni di volontariato con l’obiettivo di favorire la condivisione di informazioni, la progettazione comune e la costruzione di risposte integrate, superando la frammentazione degli interventi.
- Fondamentale è l’avvio di un coordinamento istituzionale stabile, capace di andare oltre i tradizionali confini settoriali. Le solitudini, infatti, coinvolgono dimensioni sociali, sanitarie, educative e comunitarie: affrontarle richiede un quadro di governance che permetta ai diversi attori pubblici di lavorare insieme.
- Una terza direzione riguarda lo sviluppo di Patti di Comunità, evoluzione naturale dei Patti Educativi Territoriali. Si tratta di accordi che coinvolgono l’intero tessuto sociale – istituzioni, scuole, associazioni, cittadini – nella costruzione di un ambiente comunitario capace di prevenire e ridurre l’isolamento sociale attraverso impegni condivisi e responsabilità diffuse.
- La quarta proposta fa riferimento alla filantropia della fiducia, un modello che incoraggia al sostegno economico delle iniziative di utilità sociale, attraverso una maggiore flessibilità nel finanziamento e una forte cura delle relazioni.
- Infine, un ruolo crescente può essere svolto dalle prescrizioni sociali, da integrare stabilmente nei percorsi di cura e prevenzione. Affiancare, alle tradizionali prescrizioni sanitarie, attività culturali, sportive, comunitarie o di volontariato consente di prendersi cura non solo della salute fisica, ma anche del benessere relazionale, contribuendo a ridurre solitudini funzionali, comunitarie ed esistenziali.
Per concludere…cosa puoi fare tu
La provincia di Trento ha un capitale sociale unico: volontari, associazioni, cooperative, parrocchie, gruppi informali. Per affrontare le cinque solitudini serve valorizzarlo, coordinarlo e rinnovarlo.
Le buone notizie sono due:
- azioni e sperimentazioni esistono già: vanno diffuse su tutto il territorio e rese sistematiche.
- anche tu puoi fare SUBITO qualcosa. Diventa volontario contro le solitudini. Scarica l’app Attivati!, creata dal Centro Servizi Volontariato Trentino, dove puoi trovare le opportunità di volontariato nella tua valle: cerca quella adatta a te!





Lascia un commento